Fame nervosa?


"Dottoressa, perché mangio troppo quando sono nervosa?"
E' una domanda comune, che molte pazienti fanno quando si rivolgono a me.
Se osserviamo il comportamento alimentare umano, è evidente che non risponde esclusivamente all'esigenza di predisporre e mantenere l'equilibrio ottimale tra fabbisogno nutritivo e dispendio energetico, ma è determinato da una vasta gamma di fattori psicologici, come il piacere orale, e culturali. In sostanza non ci troviamo di fronte ad un sistema rigido, al contrario, la funzione alimentare si presa ad essere strumentalizzata da diversi bisogni psicologici e, a volte, deviata dallo scopo primario della sopravvivenza.

Riflettiamo innanzitutto sul nostro rapporto con il cibo: noi non assumiamo sostanze affettivamente indifferenti, ma cariche di diversi significati, a seconda del contesto e del modo in cui si compie l'atto del mangiare, a seconda del tipo di alimento consumato, del vissuto soggettivo strutturato nella storia personale nei confronti del cibo e del cibarsi. Il valore simbolico che attribuiamo al cibo, dunque, interferisce con la funzione alimentare del nostro organismo, impedendone lo svolgimento puramente razionale e connotando il comportamento di significati che vanno ben oltre lo scopo essenziale di mantenere in condizioni ottimali l'organismo.
Nel momento in cui il comportamento umano si sgancia dal rigido determinismo della natura per costituirsi come fenomeno psicologico e culturale, si fa più complesso, acquista una maggiore problematicità e si apre alla possibilità di una evoluzione in senso patologico.
E' facile riconoscere, inoltre, come il cibo sia investito dei significati del materno, essendo il primo mediatore psicologico della relazione madre-bambino. E non solo dei contenuti positivi dell'attività materna, quali gratificazione, sicurezza, accoglimento, fiducia, ma anche dei suoi aspetti negativi, come l'invasività e il potere, che annullano il senso di autonomia e di individualità del bambino.
Grazie, quindi, alla capacità simbolica della psiche umana, l'alimento dolce assume un vago sapore regressivo, rievocando sensazioni molto precoci dell'alveo materno; ed ecco che la carne, con la sua colorazione di sangue, richiama i livelli istintuali ed in particolare l'istinto aggressivo nella sua forma più primaria: il divoramento. Per contro, i vegetali ispirano il più ascetico diniego nei confronti delle nostre componenti animali, e non a caso sono utilizzati nelle pratiche di purificazione corporea, come il digiuno, non solo per le loro qualità oggettive ma anhe per i loro significati simbolici.
Teniamo, dunque, presente come tutto questo possa inconsciamente o coscientemente condizionare il nostro rapporto con il cibo: le nostre scelte,
le preferenze, le modalità, i rituali, l'incremento o il decremento improvviso ed inspiegabile del desiderio di mangiare!


Bibliografia

Bowlby, J. (1969), Attaccamento e perdita, Boringhieri, Torino 1976
Medde, P., Consapevolezza della fame e della sazietà, Einaudi, Torino 1995