Alcool e disturbi: “Binge drinking” ed “Alcolpops”
L’uso delle bevande alcoliche risale agli albori della civiltà. Nel Vecchio e nel Nuovo Testamento non si fa, ad esempio, praticamente mai riferimento all’acqua come bevanda di uso comune perché spesso il suo sapore era sgradevole e perché capace di provocare, date le scarse condizione igieniche, malattie gravi. E’ molto probabile che il contenuto delle bevande dell’epoca fosse cosi ridotto da provocare pochi effetti avversi, ma capace di indurre una blanda sensazione di benessere.
Tra il XII e il XIV secolo venne introdotta in Europa la tecnica della distillazione e si ottenne l’aqua vitae. Durante la peste del 1350 i medici prescrivevano l’aqua vitae, che, nonostante fosse priva di qualsiasi utilità terapeutica, era gradita per la momentanea sensazione di calore che era in grado di fornire.
Nel XVI e XVII secolo con il miglioramento delle tecniche di distillazione, la diffusione delle bevande alcoliche ebbe un grande impulso e l’alcol venne in qualche caso ritenuto, erroneamente, l’elisir di lunga vita lungamente cercato.
Le bevande alcoliche quindi, oltre a essere bevande antiche, hanno attualmente una rilevante collocazione sociale e rappresentano spesso il gradito completamento della nostra vita di relazione. Nella nostra cultura vi è ormai un assodato consenso sociale relativo al consumo di bevande alcoliche, difatti l’”iniziazione” al bere avviene spesso in ambito familiare, con un consumo di alcol che potremmo definire “alimentare” (un po’ di vino che accompagna i pasti).
Dopo questa iniziale esperienza il consumo di vino, e soprattutto di birra diventa abituale e i genitori accettano tale abitudine a condizione che rimanga contenuta e sotto il loro “controllo”. Il consumo di alcolici da parte di un giovane all’interno della propria famiglia non si configura quindi mai, sin dall’inizio, come un comportamento inadeguato.
Col passare del tempo però il “controllo” dei familiari viene esercitato sempre meno, gli adolescenti tendono a sfuggire alle regole imposte dai genitori nella ricerca di un’identità propria che si delinea all’interno del gruppo di pari. E’ qui che si sperimentano le bevande “alternative e i comportamenti trasgressivi come l’abuso.
Il senso di questo utilizzo eccessivo, anche se non quotidiano, di alcolici, si può comprendere solo se ci si svincola dall’idea che esso sia legato al piacere del gusto. Quest’ultimo è infatti assolutamente secondario all’effetto che si va ricercando nella sostanza, a quello stato di euforia e benessere che può dare o a quella disinibizione che risulta funzionale all’interno di un gruppo di adolescenti. In altri termini, non è tanto importante la qualità di ciò che si beve, ma che la gradazione e i quantitativi siano tali da avere un effetto “potente”.
Proprio questo meccanismo ha portato, in tempi recenti allo sviluppo di un fenomeno giovanili sempre piu’ in crescita che viene definito come “Binge Drinking”.
In passato quest’espressione andava ad indicare un periodo di due o più giorni in cui il soggetto beveva ripetutamente fino all’intossicazione, senza dedicarsi alle attività e ai doveri quotidiani. Ai nostri giorni, il lasso di tempo di riferimento è ben più ristretto e si discute sulla quantità di alcool da ingerire in una volta per classificare il disturbo: comunemente, questo limite è fissato a cinque drink per gli uomini e quattro per le donne. Inoltre, come puntualizza la British Medical Association, attualmente il Binge Drinking è associato al bere con il preciso proposito di ubriacarsi e di solito si verifica in contesti di socialità, piuttosto che quando si è soli. Si distinguono inoltre due tipi di “addiction”: frequente (tre o più volte in una settimana) e occasionale (massimo due volte).
Tale fenomeno investe popolazione di giovani di età sempre inferiore sotto la spinta dei mass media e delle multinazionali dell’alcool che sembrano sempre più rivolte al reclutamento di giovani consumatori tramite la creazione dei cosiddetti “Alcolpops.


