Birra artigianale che passione!
È recente l’articolo apparso sul quotidiano Repubblica dedicato al mondo delle birre artigianali in cui sono state esposte problematiche relative alla gestione e ai costi che un piccolo birrificio deve sostenere ma, soprattutto, quanto sia spietata la concorrenza con i colossi produttori di birra.
Nel mondo brassicolo l’Italia è vista con interesse dall’estero perchè è ai primi posti per numero di microbirrifici assieme a Germania, Stati Uniti ed Inghilterra ed il fermento per questo mondo si sta amplificando grazie alla nascita di associazioni per la promozione e valorizzazione di questo prodotto.
I produttori lo pubblicizzano definendolo “artigianale” ma a livello legislativo questa parola non ha nessun significato poiché le categorie merceologiche previste dallo stato italiano sono cinque:
- Birra analcolica (max 1,2% alcool)
- Birra light (1,2%-3,5%)
- Birra
- Birra speciale
- Birra doppio malto
che si differenziano, le prime due, per contenuto alcolico mentre le altre per contenuto di zuccheri in 100g di mosto (grado saccarometrico o grado plato).
Secondo la legislazione (Legge n° 1354 del 1962 e smi) la birra è un prodotto ottenuto dalla fermentazione alcolica di ceppi di Saccharomyces carlsbergensis o di Saccharomyces cerevisiae di un mosto preparato con malto, anche torrefatto, di orzo o altri cereali, amaricato con luppoli o suoi derivati o entrambi, ma non si fa mai menzione al termine artigianale che diventa, per la legislazione italiana, un nome di fantasia e non una categoria merceologia a cui poter afferire.
Un buco legislativo che non tutela i piccoli produttori che fanno dell’artigianalità del loro prodotto un punto di forza, un marchio di qualità.
Si potrebbe tentare di capire cosa si intenda per artigianale: forse una birra non pastorizzata e non filtrata e che utilizzi ingredienti di prima qualità. Prendendo per buona questa definizione, si rientra nel problema che il termine artigianale forse dovrebbe essere relegato a piccoli numeri e non a grandi quantità, o il concetto può essere esteso anche a grandi produzioni? Non essendoci ufficialità e chiarezza, il termine può essere interpretato come meglio si crede.
Birre e normative
La norma definisce anche gli ingredienti che possono essere utilizzati (in Italia la legge è molto restrittiva in fatto di additivi impiegabili, a differenza della Germania, che per quanto abbia ancora in vigore l’Editto della Purezza, permette l’utilizzo di
additivi quali gli alginati per stabilizzare e quindi rendere più persistente la schiuma). Dietro però gli ingredienti si cela una storia che risale a secoli prima di Cristo che nel corso delle ere ha permesso il miglioramento di quello che, come tutte le grandi scoperte, risultava essere un errore o difetto di lavorazione.
La storia della birra si perde nei tempi, le prime tracce risalgono all’era degli assiro-babilonesi, dove ci sono le prime testimonianze addirittura nel codice Hammurabi che ne regolamentava la produzione e lo spaccio, ma la sua produzione ha avuto un “salto di qualità” solo nel MedioEvo ad opera di monaci di vari ordini monastici che ne hanno perfezionato la produzione fino ai giorni nostri, tanto che le birre Trappiste sono ancora molto apprezzate. I monaci hanno fatto di necessità virtù, perché l’unico “alimento” consentito durante i digiuni imposti dall’Ordine era la birra, definita pane liquido, in quanto corposa, piena di nutrienti perché composta degli stessi ingredienti del pane. Ma del suo apporto nutrizionale ne parleremo poi… segue poi l’editto sulla purezza del 1542 in Germania che costrinse i produttori ad utilizzare solo orzo, lieviti e luppolo.




